Nel quartiere Prati
Roma non smette di cercare le proprie radici. E lo fa, questa volta, nel cuore pulsante di Prati, a pochi passi dalla fermata Lepanto. Qui, laddove il ritmo urbano si fa frenetico, ha aperto i battenti CAMPO – eat local love season. Più che un ristorante, un manifesto: un’osteria moderna che sceglie di riportare al centro della tavola la "cucina contadina", spogliandola della nostalgia polverosa per restituirle una dignità contemporanea, fatta di materia prima purissima e gesti misurati.
Varcare la soglia significa immergersi in un’atmosfera sospesa. Il design riflette la filosofia del "senza fronzoli": sessanta coperti interni dominati da tonalità grigie e tessuti naturali, immersi in una luce diffusa che invita al relax. All’esterno, un ampio dehors di quaranta posti si trasforma in un polmone verde fruibile tutto l'anno, un giardino segreto nel cemento capitolino. Se la prima sala accoglie per un aperitivo più dinamico, la seconda è il vero "cuore agricolo", dove la vista della cucina preannuncia un’esperienza sensoriale profonda.
Al timone troviamo Mattia Chendi, 41 anni, radici emiliane innestate su un vissuto romano. La sua visione è netta: “Non cucino per stupire, ma per far ricordare”. È quella che i soci definiscono "cucina emotiva", un percorso che inizia con il Campo di Verdura. Qui l'ortaggio non è un contorno, ma il protagonista: dalla zucca al forno impreziosita da mosto cotto e nocciole, alla croccantezza delle patate schiacciate, fino ai finocchi gratinati che profumano di casa.
Il menu è un viaggio nell’Italia popolare che non teme i sapori decisi. La lasagna verde al ragù è un omaggio commosso alle origini emiliane dello chef, mentre la pasta e fagioli con cozze e cotica soffiata dimostra come la tecnica possa nobilitare anche i piatti più poveri. Tra i signature dish, spicca la degustazione di polpette: tre assaggi (pomodoro, agnello e carciofi, picchiapò) che riassumono la romanità in pochi morsi. Notevole anche la proposta dei secondi, dove la materia prima è lasciata parlare: dalla Tomahawk di pecora con puntarelle al rassicurante brasato di manzo al fondo bruno.
Ciò che rende una mosca bianca nel panorama attuale è il rigore nella selezione dei fornitori. La lista delle collaborazioni sembra un’enciclopedia delle eccellenze italiane: dal Pastificio Mancini alle carni del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP, dai formaggi di Loreto Pacitti al pane di Pane e Tempesta.
Ma la vera rivoluzione è nel concetto di prezzo onesto. In un’epoca di fine dining spesso inaccessibile, vuole tornare a essere l’osteria di quartiere dove la qualità è un diritto condiviso. La domenica, poi, il rito si compie con i piatti fuori menu dedicati al pranzo in famiglia, quelli che profumano di sugo della festa e lentezza ritrovata.
Giornalista, laureato in lettere all’università Cà Foscari di Venezia, si è specializzato da anni nelle tematiche riguardanti food, mixology, vini, ospitalità e viagg ...
